La vittoria come obiettivo

La vittoria come obiettivo

Nel mondo dello sport (e non solo in quello…) siamo arrivati a considerare la vittoria come un obiettivo, a qualunque livello. Dove è arrivato lo sport italiano inseguendo questa chimera della vittoria ad ogni costo? Prendendo come esempio gli ultimi europei di Basket (e Volley) e considerando appunto la vittoria come obiettivo possiamo dire che lo sport italiano sta collezionando una serie di fallimenti. Probabilmente sarebbe opportuno cambiare la prospettiva, iniziare a ragionare non più in termini di risultato ma di prestazione. Prima ancora sarebbe interessante riuscire a definire una strada da seguire nel lungo periodo, con obiettivi chiari e definiti.

LA VITTORIA È L’UNICO OBIETTIVO POSSIBILE?

La risposta a questa domanda è ovviamente NO! Esistono altri obiettivi, di  processo e di performance, che sono propedeutici al miglioramento della prestazione per un motivo abbastanza semplice: questi tipo di obiettivi sono più sotto controllo rispetto ad un obiettivo di risultato.

“Voglio vincere il campionato”. Obiettivo di risultato. Quanto controllo può avere chi si pone questo obiettivo sul raggiungimento dello stesso? Molto basso! Perchè in una stagione ci sono gli infortuni, il rendimento dei giocatori che può essere altalenante, ci sono gli avversari etc etc.

“Se vuoi veramente raggiungere un obiettivo, non puoi passare tutto il tuo tempo pensando se vincerai o meno. Concentrati solo sul migliorare” (Steffi Graff)

“Voglio migliorare la mia percentuale al tiro da 2 pt”. Obiettivo di performance. Questo tipo di obiettivo è completamente sotto il controllo dell’atleta (e del suo allenatore).

Se la prestazione diventa l’obiettivo si può instaurare una spirale che, nel medio-lungo periodo, può portare a vittorie come conseguenza di un lavoro fatto durante anni di allenamenti. L’atleta torna ad essere il protagonista dello sport, mentre allenatori, dirigenti e altre figure tornano ad essere “attori non protagonisti”, come è giusto che sia, pur mantenendo un’importanza fondamentale in questo scenario.

PROGRAMMARE

La programmazione, in quest’ottica, diventa fondamentale. Occorrono anni per far si che i vivai ritornino a produrre atleti e per avere una programmazione adeguata ci vogliono dirigenti capaci, che credono in questa mission e, aggiungo io, che hanno a cuore il futuro dello sport in cui lavorano.

Wilma Rudolph (Vincitrice di tre medaglie d’oro alle Olimpiadi del 1960) in un’intervista disse: “Mia madre mi ha insegnato da subito che avrei potuto ottenere qualsiasi cosa avessi voluto. La prima fu imparare a camminare senza supporti ortopedici”. Per passare da essere bambina colpita da poliomelite a pluri-campionessa olimpica ci vuole di certo molta determinazione, ma bisogna anche avere capacità di visualizzazione e di programmazione non indifferenti, oltre che ad avere un’innata capacità di lavorare per obiettivi.

Queste, a differenza del talento fisico, sono tutte competenze che si possono imparare, basta volerlo e voler cambiare!

 

 

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